Domenico Marranchino
Domenico Marranchino (Roccanova, Potenza – 1955), dopo aver ritratto l’evolversi delle icone di una città in trasformazione attraverso numerose opere non solo pittoriche dedicate all’area di Porta Nuova a Milano, divenendo testimone della trasformazione in corso, inizia un percorso di sottrazione di materia e colore dalle proprie opere, impoverendole solo apparentemente da quegli armonici conglomerati di colore urbano – molto spesso notturno – che hanno caratterizzato un periodo molto importante della sua produzione, per dedicare una sempre crescente attenzione al segno. Marranchino si avvicina più recentemente alla monocromia, soffermandosi sulle sfumature eleganti ed essenziali del grigio, in cui il senso del movimento rimane a testimonianza del suo richiamo verso il dinamismo umano/disumano della vita di città oggi. L’artista recupera i tavoli di lavoro direttamente dai venditori di Brera “Volevo questi tavoli di mercato – segni di contrattazioni, viaggi, fatiche del montare e smontare, fuori alle intemperie nel bello e nel cattivo tempo – per dipingerci sopra!”. Comprarne di nuovi sarebbe costato meno, ma per l’artista non sarebbe stata la stessa cosa, non avrebbero contenuto i segni, le contraddizioni e le cicatrici della città, che sono poi anche le sue. Dolore e gioia, convalescenze e rinascita, nuovi collegamenti, vecchi giacimenti privi di nuova vita. “Ciò che preme di più a Marranchino è fissare l’attimo in quanto sensazione e mistero, come se l’artista, con le sue pennellate veloci, intendesse lasciare nella memoria i segni indelebili di un vissuto, di una gioia o di una sofferenza. Quasi un diario cittadino dove l’immagine resta a testimoniare sacre memorie di spazio” (Mimmo di Marzio). I lavori su lamiera, tela e teloni hanno permesso di ottenere un risultato d’impatto e significato ancora più forte ed incisivo. Nascono nuove opere intrise di segni, dinamicità e colore: tre elementi cardine nella sua produzione artistica. Sovente, nelle opere di Marranchino, si intravede una luce in fondo alla via, verso l’orizzonte visibile dall’auto in corsa in cui siamo seduti: come se il Bello dovesse ancora venire, laggiù, oltre quei palazzi.
 
Isabella Cairoli
art journalist - art curator 
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